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Non c’è niente di più politico di una pandemia

ADAM RAMSAY
“Non politicizzate la crisi” dicono. Ma cosa c’è di più politico di una emergenza sanitaria globale?

 

I tecnocrati stanno dando in escandescenze.

Nel momento in cui Jeremy Corbyn, in seguito allo scoppio della crisi coronavirus, ha presentato una lista di richieste piuttosto moderate al governo del Regno Unito, Paul Brand di ITV ha dichiarato che queste richieste fossero “troppo politiche”, tanto da sembrare opportunistiche. Il parlamentare Conservatore Jonathan Hullis ha denunciato Corbyn come “la più grande vergogna della politica britannica che ho mai conosciuto in vita mia. Giocare alla politica di partito con una crisi sanitaria” farneticava “è disgustoso.”

Quando Owen Jones ha proposto di sviluppare una lista di richieste della sinistra che la popolazione potesse seguire per organizzarsi, la sua timeline è stata travolta da uno tsunami di rimproveri dalle spunte blu di Twitter. Dopo il dibattito per le primarie del partito democratico di domenica scorsa, un commentatore lamentava il fatto che Bernie Sanders stesse tentando di rendere COVID-19 “una questione sanitaria”. In risposta alle critiche sulla gestione della crisi da parte del governatore dello stato di New York, Donald Trump gli ha detto di “lasciare la politica fuori da questa storia”. I social sono inondati dalla stessa risposta a ogni critica su come i governi rispondono alla crisi: “Non politicizzate la crisi.”

Niente di nuovo. Dagli attacchi terroristici alle carestie in terre lontane, ogni volta che i Cavalieri dell’Apocalisse galoppano, le staffette dello status quo li seguono proclamando che non dovremmo politicizzare la crisi.

I fatti ovviamente sono indiscutibili. Però nelle settimane e nei mesi a venire, la questione da affrontare non sarà soltanto scientifica. Il nostro futuro sarà determinato da questioni come la mutua, il blocco degli affitti e le comunicazioni del governo; si deciderà come aiutare i più deboli e chi viene considerato importante. Sarà determinante quali voci ascolteremo e quali bisogni comprenderemo, di chi ci ricorderemo e di chi ci dimenticheremo.

 

La politica non si può evitare

Il governo britannico ha scelto di comunicare con il pubblico attraverso incontri privati scegliendo i giornalisti e articoli a pagamento in giornali non ostili. Ha deciso di consentire lo svolgimento di grandi eventi prima di fornire ai più deboli le informazioni e i mezzi per proteggersi. Poi ha detto ai cittadini di stare alla larga da pub, club e luoghi di spettacolo, prima di chiarire che forme di supporto avrebbe offerto a questi soggetti. Queste sono scelte politiche.

Oggi il Ministro delle Finanze ha annunciato un congelamento dei mutui ma non degli affitti, finanziamenti per le imprese ma non per le lavoratrici e i lavoratori. Miliardi di sterline, ma niente per chi un lavoro non ce l’ha. Queste sono scelte politiche.

La Federal Reserve ha deciso di destinare 1.500 miliardi di dollari a Wall Street per far rialzare il mercato azionario, mentre milioni di americani non sono assicurati o continuano ad andare al lavoro pur essendo malati, perché non possono permettersi un giorno libero. Queste sono scelte politiche.

I governi di Irlanda, Finlandia e Francia hanno deciso di sborsare milioni di euro ai propri cittadini e di sospendere i pagamenti di mutui e affitti. Anche queste sono scelte politiche.

I poveri rischiano di morire di COVID-19 molto più dei ricchi, perché hanno altre patologie a causa delle loro condizioni economiche. La spaventosa crescita del numero dei senzatetto nel Regno Unito ha lasciato migliaia di persone senza un posto sicuro dove andare. L’incapacità di contrastare la violenza domestica in tutto il mondo significa che milioni di donne vivranno questa quarantena nel terrore. Tutti questi problemi sono il prodotto dei fallimenti della nostra politica.

Saranno la ricchezza e il potere a determinare chi finirà in bancarotta e chi ce la farà, chi si ammalerà e chi resterà in salute, chi riceverà cure adeguate e chi soffrirà, quanti di noi sopravviveranno e quanti moriranno. Ma ci diranno che non ci è concesso parlare di queste cose, perché sono troppo politiche.

Sono dieci anni che i progressisti di tutto il mondo occidentale denunciano il sacrificio del nostro sistema sanitario sull’altare del mercato libero. Ma oggi che tutti stiamo pagando il prezzo di quella distruzione, non ci è concesso parlarne. Perché sarebbe troppo politico.

Per un’intera generazione la sinistra ha sviluppato idee per politiche in grado di proteggere tutti in un economia sempre più precaria. Ma oggi ci rimprovereranno se ne parliamo. Perché sarebbe troppo politico.

 

Come viviamo assieme

“Non ce l’abbiamo con la politica”, dicono alcuni, “ce l’abbiamo con la politica di partito.” I partiti però sono un elemento chiave del sistema elettorale – il sistema formale attraverso il quale il nostro governo deve rendere conto delle sue azioni ai cittadini. Quando il deputato Conservatore Jonathan Gullis si lamenta che Corbyn fa “politica di partito”, farebbe prima a dire: “Non è un problema se ti lamenti, ma come ti permetti di mettere in discussione il nostro potere!”

Banalmente la politica è il modo in cui negoziamo come viviamo assieme. Quindi non c’è niente di più politico di una pandemia; quando i disaccordi sull’uso delle risorse, sulle priorità e sul nostro comportamento decidono chi sopravvivrà e chi morirà, non nei lunghi tempi della storia, ma nelle prossime settimane.

La salute è sempre un problema sociale e questo è più che mai vero per le malattie infettive. Come specie viviamo in gruppi. La salute di ciascuno è nelle mani di tutti gli altri. La sopravvivenza del singolo dipende in parte dal supporto di tutti. Non ci sono scelte isolate e individuali in una pandemia.

Non c’è dubbio che il nostro mondo non tornerà mai più ad essere come prima. Come Naomi Klein diceva più di dieci anni fa, la grande finanza ha sempre usato i disastri per portare avanti un programma di tagli, privatizzazioni e deregolamentazione, approvando politiche impopolari quando la gente era troppo sopraffatta per opporre resistenza.

“È impossibile politicizzare una crisi, perché non c’è niente di più politico della società umana che naviga attraverso una catastrofe.”

In seguito allo tsunami del 2004, gli alberghi di lusso hanno privatizzato le spiagge sull’Oceano Indiano che i pescatori locali usavano da generazioni. Dopo l’uragano Katrina, scuole e alloggi nelle zone colpite sono stati privatizzati. In seguito al crollo finanziario del 2008 è stata scatenata l’austerity. In risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre è stata lanciata la “guerra al terrorismo”.

Allo stesso modo però, molti cambiamenti positivi sono scaturiti dalla catastrofe. C’è uno stretto legame fra l’influenza spagnola del 1918-19 e l’anno delle rivoluzioni che hanno portato al collasso dell’impero tedesco, messo fine alla prima guerra mondiale e scosso il mondo occidentale. Il suffragio femminile è stato conquistato (per alcune) poco dopo. Lo stato sociale è nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale.

È impossibile politicizzare una crisi, perché non c’è niente di più politico della società umana che naviga attraverso una catastrofe.

 

La politica come performance

L’indignazione da parte dell’establishment deriva da come vediamo la politica. La politica dovrebbe essere il modo in cui gestiamo la rete di relazioni e le strutture di potere su cui si fonda la nostra società. Dovrebbe essere un processo sociale, parte di tutte le nostre vite come le relazioni con amici e familiari, solo su scala più grande e più strutturata.

Se invece si parla con le persone di politica – nel Regno Unito o in Ungheria, Slovacchia, Ucraina e nella Repubblica Ceca, dove negli ultimi mesi ho realizzato una serie di interviste – sembra che la politica abbia ben poco a che fare con le loro vite.

“È un grande teatro”, mi ha detto una signora di Poprad, una cittadina nelle montagne della Slovacchia orientale; “un grande circo”, ha detto un’altra. Ho parlato di politica con centinaia di estranei per strada nei loro paesi, e quella della performance – di una pessima performance – è una metafora ricorrente.

E se di performance si tratta, le persone non si sentono partecipanti bensì spettatori.

“Dovresti parlare con la gente di Bratislava”, ha detto un signore nella Slovacchia orientale. “È lì che fanno politica.” A Nyìnghaza nell’Ungheria orientale due persone diverse mi hanno chiesto: “Ma che fai qua?” “Dovresti andare a Budapest, chiedere alla gente di là.” ha detto uno di loro.

Il concetto teorico per descrivere la trasformazione di un processo sociale in una cosa, in un oggetto, è “reificazione”. Il filosofo ungherese György Lucàs sosteneva che la trasformazione del processo sociale in oggetti a noi estranei è una conseguenza inevitabile del vivere in una società capitalista: occorre delimitare un oggetto, comunicare alla gente che è a loro estraneo, per poi poterlo trasformare in un oggetto e rivenderglielo.

C’è stato un ampio dibattito politico sul fatto che le istituzioni neoliberiste insieme ai governi hanno privatizzato gran parte dei servizi statali in tutto il mondo. Si parla meno di come, al tempo stesso, la politica moderna sia stata costruita in modo reificato: il processo politico è stato circoscritto, piazzato davanti alle telecamere e ci hanno insegnato che si tratta di una cosa da osservare da lontano, un hobby che può piacere o meno. “La politica non m’interessa” mi ha detto Stephen, incontrato a Hartlepool la settimana prima delle elezioni nel Regno Unito. “A me interessano i videogiochi.”

In parte questa reificazione è stata messa in atto dai media, che diventano più potenti vendendo il loro accesso esclusivo a questo mondo reso distante, trattandolo come i pettegolezzi sui VIP, mostrandoci un mondo nel quale per noi non c’è posto. In parte è stata messa in atto dalle lobby, dalle grandi aziende e dall’industria pubblicitaria, che sono diventate abili nel mantenere canali di accesso ai nostri rappresentanti migliori dei nostri. E in parte è stata realizzata dai burocrati all’interno delle gerarchie di partito, il cui valore sul mercato del lavoro deriva dalla loro capacità di navigare in questo labirinto.

Questa reificazione della politica è a sua volta un elemento chiave all’interno di un fenomeno più grande che sta influenzando il mondo in cui viviamo: l’alienazione.

Il sindacalista scozzese Jimmy Reid ha definito l’alienazione come: “il grido di chi si sente vittima di forze economiche cieche che non possono controllare. È la frustrazione della gente comune che viene esclusa dal processo decisionale. La sensazione di angoscia e disperazione che assale le persone che, a ragione, sentono di non potere veramente intervenire per influenzare o determinare il loro destino.”

Laddove Marx spiega l’alienazione nel contesto lavorativo, Reid dice: “Alla concentrazione di potere nel mondo economico corrisponde una centralizzazione del processo decisionale nelle istituzioni politiche della società.”

Dato che la gente si sente profondamente alienata dalle nostre istituzioni politiche, non sorprende che siano in molti a schierarsi contro la politicizzazione delle crisi. La politica, per come la vive la gente, è terribile.

Quando ci dicono di “non politicizzare la crisi”, ci dicono che la democrazia non c’entra con una delle decisioni più importanti della nostra vita. Il fatto che tanta gente sembra essere istintivamente d’accordo, che certe dichiarazioni ormai sono diventate parte del senso comune, la dice lunga su quanto sia guasto il nostro sistema politico, su quanto sia importante ricostruire la nostra democrazia.

 

L’alienazione e la destra

Questo processo di reificazione e alienazione tende a favorire la destra per tre motivi. Innanzitutto, gran parte dei media, nel Regno Unito così come nei paesi dell’Europa Centrale, è in mano a pochi oligarchi schierati con governanti che agiscono nel loro interesse. Quindi se la politica è una cosa che guardiamo su un palcoscenico che appartiene a loro, saranno i loro attori preferiti ad avere le luci migliori e le battute migliori.

In secondo luogo, essere a favore della politica è una posizione quasi intrinseca alle ideologie progressiste: praticamente ogni programma di sinistra cerca di risolvere i nostri problemi collettivi attraverso un forum democratico – generalmente lo Stato. Ma se la gente non ha fiducia né nella parola dei politici né nella capacità della politica di migliorare le loro vite, allora le promesse dei progressisti non sono altro che idiozie in una cascata di assurdità.

“Vedo tutti questi fatti che girano su Facebook,” diceva Jade, una signora che ho incontrato dopo il suo turno alla Atos a Crewe, una settimana prima delle elezioni. “Non so più a cosa credere.”

D’altronde la politica di destra tende a sostenere che i nostri problemi andrebbero risolti attraverso altre strutture sociali: il mercato, le gerarchie tradizionali patriarcali e razziali, le comunità religiose, una qualche figura autoritaria o una combinazione di tutti questi elementi.

“Non credo nella politica”, ha detto una giovane donna in un complesso residenziale di epoca comunista nella periferia di Praga. “Credo nella famiglia”. Ha votato per i conservatori cechi.

Una volta che la democrazia viene etichettata come “politica” e definita come un dibattito distante fra deputati nei parlamenti nazionali e negli studi televisivi, è facile opporsi ad essa. Quando Boris Johnson sosteneva di voler “portare a termine la Brexit”, stava osteggiando la politica parlamentare. Come dicevo, ha reso la politica terribile , e poi ha chiesto alle persone di votare per zittirla. Quando Donald Trump proponeva di “prosciugare la palude” e “rendere di nuovo grande l’America”, stava facendo la stessa cosa, si esprimeva contro la politica e a favore di un concetto illusorio di nazione e delle sue gerarchie sociali tradizionali. E quando gente come Viktor Orbán in Ungheria grida a gran voce di voler rafforzare “la famiglia”, fa leva su sentimenti simili.

Il terzo motivo è che, una volta che la politica non ha più a che fare con le questioni materiali che influenzano le nostre vite e le nostre comunità e ha a che fare con questioni più astratte di performance e credibilità,  siamo portati a credere che certi politici e partiti dovrebbero prendere le redini. E inevitabilmente faranno parte più facilmente di quei gruppi che attraverso la lente del nazionalismo nostrano siamo spinti a ritenere competenti, affidabili e sensibili. Nel Regno Unito sono gli snob. Negli Stati Uniti sono i ricchi. In tutto il mondo occidentale sono stupidi uomini bianchi.

 

Potete votare su quel che vi pare… ma non su quello

Una delle cose che gli autoritari della performance come Trump, Johnson, Bolsonaro e Orbán hanno in comune è che sono venditori di illusioni. Le questioni sulle quali si concentrano di solito non riguardano gli elettori che mirano a raggiungere. Nelle ultime elezioni Orbàn ha fatto una campagna elettorale anti immigrazione, ma quasi nessuno emigra in Ungheria. Nelle zone del Regno Unito e degli Stati Uniti che votano per i nemici dell’immigrazione, Johnson e Trump, il tasso di immigrazione è relativamente basso.

Mentre questioni come il diritto all’aborto, la Brexit, o i diritti LGBTQI sono molto reali per i diretti interessati, di solito non riguardano gli elettori che questi partiti cercano di convincere o questioni di cui hanno una conoscenza diretta. La loro percezione di questi temi in genere non si basa su esperienze personali.

Ovviamente non c’è nulla di sbagliato nel votare basandosi su questioni che esulano dal proprio ambito personale. In realtà, mi auguro che tutti non pensino solo ai propri interessi materiali. Ma il problema è che quando la politica diventa un dibattito su questioni con cui abbiamo poco contatto diretto, i mezzi dai quali impariamo a conoscerle diventano ancora più potenti.

E così incoraggiano i loro sostenitori a credere che l’insieme delle questioni incluse nella loro versione reificata della politica sia un insieme di regole e leggi che difficilmente avranno un impatto sulle persone del pubblico a cui si rivolgono. Le cose che puoi “politicizzare” sono le cose di cui non hai esperienza, cose su cui possono istruirti nello spettacolo che controllano.

Fuori dallo stadio di hockey nella seconda città più grande della Slovacchia, Kosice, un giovane di nome Michael mi ha detto che sosteneva i neonazisti slovacchi perché era contrario all’“ideologia di genere”. In Croazia nel 2018 ci è stato chiesto di firmare una petizione contro i diritti delle persone trans da vari attivisti per strada.

Queste sono persone che non sono mai state danneggiate dai diritti delle persone trans. Probabilmente non hanno mai consapevolmente incontrato una persona trans. Il loro convincimento non è collegato alla realtà materiale, ma è il prodotto di un’invenzione.

Le cose che abbiamo vissuto nel quotidiano invece sono spesso considerate “non politiche” o “non dovrebbero essere politicizzate”.

L’economia ad esempio è stata reificata e, nell’immaginario collettivo, è stata messa in una scatola magica che nessuno può influenzare. L’austerity è stata giustificata perché ci era stato detto che gli dei del mercato dovevano essere placati.

In realtà il mercato non è un oggetto, ma un processo sociale con parametri e limiti creati dallo Stato, dalla tutela dei diritti di proprietà ai dettagli del diritto contrattuale. Ma non ne dobbiamo parlare. Alla democrazia non è permesso di interferire con questo mercato reificato. Invece di considerare entrambi come forze sociali che interagiscono l’una con l’altra, ci insegnano a vedere entrambi come forze esterne a noi e solo marginalmente collegate fra loro.

In parte, si tratta di una questione di propaganda, di come ci incoraggiano a parlare dell’economia. E in parte, è un prodotto di Stati privatizzati e deregolamentati. Se una volta i governi calmieravano gli affitti, erano proprietari delle industrie principali e avevano un potere notevole sull’economia, negli ultimi quarant’anni quella presa si è allentata e così il potere della democrazia sul mercato è diminuito.

Allo stesso modo, e in particolare al culmine del neoliberismo prima della crisi del 2008, ovvie preoccupazioni morali come i cambiamenti climatici o la povertà globale sono state fondamentalmente trasformate da problemi collettivi che necessitano di un’azione politica a questioni di etica individuale.

Vaste campagne sono state condotte incoraggiando chi fra noi si preoccupava di queste crisi a spostare l’attenzione sulle lampadine da cambiare, sull’acquisto di prodotti Fairtrade o sulle donazione, piuttosto che su come organizzare il cambiamento del sistema. Vaste campagne sono state condotte, in altre parole, per garantire che queste problematiche profondamente rilevanti per la nostra società fossero messe in una scatola con su scritto “beneficenza” – un’altra cosa che, ci hanno insegnato, è separata dagli sporchi affari della politica.

Lavoravo per le campagne contro i cambiamenti climatici e incontravo di continuo persone che insistevano sul fatto che non dovremmo “politicizzare” il problema, come se il futuro della civiltà dovesse essere determinato attraverso mezzi diversi dalla democrazia.

Il risultato di questi processi è stato che la versione reificata della politica sotto il neoliberismo è diventata sempre più uno spettacolo su quelle che i neoliberisti accettavano come prerogative dello Stato – il controllo e la sicurezza dei confini; i migranti e i terroristi.

Per chi vuole venderci l’ideologia neoliberista, la salute è sempre stata un’intrusione in questa storia. Come illustrato dalla mia collega Caroline Molloy, ci sono stati numerosi tentativi di individualizzare la responsabilità del bisogno di assistenza sanitaria nel Regno Unito, da chi rimprovera le persone grasse a chi se la prende coi fumatori. (Abbiamo visto simili tentativi di incolpare il singolo individuo nella crisi in corso, dalla percezione fortemente esagerata degli acquisti dettati dal panico ai tentativi di incolpare i singoli che vanno nei parchi sovraffollati, nel contesto delle raccomandazioni poco chiare da parte del governo). Spesso le decisioni democratiche sul Sistema Sanitario Nazionale sono burocratizzate, coi politici che cercano di nascondersi dietro a dirigenti irresponsabili quando prendono decisioni importanti sulla distribuzione delle risorse – ancora una volta, ci dicono che non dovremmo “politicizzare”.

Ma nel complesso la gente è stata abbastanza brava a insistere sul fatto che la salute è una questione collettiva. La gente ha un forte istinto riguardo al fatto che certe questioni necessitano di un dibattito democratico nel quale tutti meritiamo di avere voce in capitolo.

L’idea che siamo tutti individui autonomi senza responsabilità reciproche è messa in discussione dalla fragilità umana.

È per questo che la salute è diventata il fulcro della campagna anti-sistemica di Bernie Sanders e che il Sistema Sanitario Nazionale è sopravvissuto a malapena negli ultimi decenni: le questioni di vita e di morte legate a molte delle scelte di priorità del capitalismo vengono enfatizzate all’ennesima potenza quando le vediamo attraverso il filtro della sanità. L’idea che siamo tutti individui autonomi senza responsabilità reciproche è messa in discussione dalla fragilità umana.

Quando si tirano le somme su questioni di malattia e salute, si scopre che la maggior parte della gente respinge i concetti ideologici del libero mercato. Quando si tratta di una pandemia, la politica non è più uno spettacolo. COVID-19 sta uscendo dai nostri schermi e sta infettando il mondo materiale.

Laddove Johnson, Trump e Bolsonaro vincono negando l’importanza del processo decisionale democratico, una pandemia globale ci ricorda che la politica è più di una performance. È una questione di vita o di morte.

Chi sorveglia i confini della politica insisterà sempre sul fatto che la democrazia non ha alcun ruolo nel determinare le risposte alle domande più importanti della nostra società. Si lamenteranno sempre se alla gente viene concesso di accedere a qualsiasi tipo di potere reale. Ma al di là del loro mondo dello spettacolo, lontano dai riflettori, qui nella realtà, non c’è niente di più politico di una pandemia. E i progressisti dovranno mobilitarsi, perché possiamo stare certi che i potenti lo faranno.

openDemocracy 17 Marzo 2020