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Mutualismo, soggettivazione, conflitto

In queste settimane, in tutta Italia, si sono moltiplicate le esperienze di mutualismo: centri sociali, circoli, associazioni di quartiere, reti formali e informali della società civile si sono messi a disposizione della comunità, organizzando dal basso raccolte e distribuzioni di generi di prima necessità a tutte quelle persone che più duramente stanno pagando la crisi generata dal covid-19.
La tempestività e l’efficacia di questo intervento solidale ci conferma l’importanza che hanno le tante realtà dell’autogestione che, nonostante mille difficoltà, continuano ad esistere e resistere sui nostri territori; ce lo conferma sebbene a noi stessx a volte sembri di non essere all’altezza delle sfide di una società sempre più disgregata e frammentata.

Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo provato a dare il nostro contributo, attivandoci sul territorio di Prè e del Centro Storico di Genova a partire dalla convinzione che mutualismo non significhi carità o assistenza, ma che sia una pratica in grado di generare solidarietà, attivazione e soggettivazione nelle persone coinvolte. Una pratica che a partire dalla creazione di relazioni solidali metta in evidenza le ingiustizie e i privilegi che esistono nella nostra società e che, in nuce, contiene un’idea di società più giusta, fondata sulla solidarietà e la democrazia radicale, come ci insegna il confederalismo democratico curdo.
Lo sapevamo già, è la stessa pulsione grazie alla quale negli anni abbiamo dato vita insieme a tantx al movimento di lotta per la casa, che ci spinge a partecipare alle esperienze di sostegno ai/alle migranti in transito o alle lotte dei sindacati conflittuali.

Il compito di queste reti di mutualismo non è certo quello di sostituirsi alle istituzioni per levare loro le castagne dal fuoco, ma piuttosto quello di evidenziare le insufficienze istituzionali e la necessità di creare nuove “istituzioni del comune” (1), basate sulla solidarietà e l’autorganizzazione, che possano ambire a forme di autogoverno nei quartieri, a partire dalla cura reciproca e della comunità. Ma se le conseguenze della quarantena hanno reso questo lavoro di cura e di autorganizzazione necessario, in molti casi lo hanno anche reso possibile, liberando il tempo di moltx di noi da lavori che, recedendo o cessando totalmente, ci hanno restituito ore da dedicare a costruire relazioni solidali. Seppur con l’ansia e l’incertezza legate alla diminuzione o alla perdita del salario, ci siamo ripresx quel tempo per far vivere i nostri spazi che prima non bastava mai e per ascoltare e rispondere alle esigenze delle tante persone dimenticate dalle istituzioni nei nostri quartieri.

Cosa ce ne facciamo di uno Stato che non è in grado di garantire un welfare all’altezza dei tempi? Cosa ce ne facciamo della democrazia rappresentativa se, anche nel corso della crisi sanitaria più grave dell’ultimo secolo, qualsiasi decisione non è mossa dalla tutela del bene comune, bensì dalla smania di guadagnare consenso elettorale?
Da un lato, crediamo che le misure adottate dal governo Conte siano insufficienti a coprire i bisogni delle persone di fronte ad un mondo del lavoro sempre più parcellizzato e precario: sono ancora troppx coloro che non rientrano nei sussidi e negli aiuti stanziati dal governo e siamo certx che l’unica misura all’altezza dei tempi sarebbe un reddito di base universale e incondizionato. Riteniamo inaccettabile che molte aziende abbiano potuto continuare a lavorare in deroga mettendo a repentaglio la salute di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici per l’accondiscendenza di questo governo ai desideri di Confindustria.
Dall’altro, ci fa ribrezzo l’opportunismo politico dei tanti governatori di centrodestra che hanno tardato a richiedere la cassa integrazione in deroga, in modo da far crescere il malcontento nei confronti del governo, giocando letteralmente con le vite delle persone. Ci fanno ribrezzo le spinte alla riapertura selvaggia, le passerelle di Bucci e Toti e la sporca campagna elettorale condotta a suon di mascherine griffate e ordinanze classiste.

In queste settimane, nella pratica quotidiana del mutuo aiuto, ci rivolgiamo a coloro che stanno pagando più duramente questa emergenza e questa crisi, a cominciare dai/dalle bambinx, completamente dimenticatx sia dai vari DPCM che dalle ordinanze locali e che più di chiunque altrx stanno soffrendo a causa delle misure di confinamento domestico. Per questo, assieme ad alcune maestre del quartiere abbiamo deciso di dare vita alla raccolta e alla distribuzione di materiale ludico e didattico, per fornire fogli, quaderni, penne, colori, giochi e quant’altro possa servire nelle attività quotidiane dei/delle bambinx appartenenti a famiglie in difficoltà.
Stiamo incontrando le tante persone senza documenti, che non possono accedere a nessuna forma di welfare e si vedono negato il diritto alla salute e l’accesso alle cure di base, mentre di loro si parla solo come manodopera a basso costo da sfruttare e regolarizzare – forse – in modo da tenere basso il livello dei salari nel comparto dell’agricoltura o del lavoro di cura.
Stiamo incontrando tuttx coloro che hanno perso il lavoro e non percepiscono un reddito sufficiente a vivere in condizioni dignitose, che non sono o non saranno in grado di pagare l’affitto o le bollette del mese prossimo.

Stiamo incontrando molte persone e intercettando i loro bisogni e desideri; crediamo sia giunto il momento di trovare i modi e le forme di portare queste istanze fuori dalle mura domestiche e tornare ad occupare in sicurezza lo spazio pubblico.
Sono molte le campagne online, nate e cresciute in queste settimane, che hanno bisogno di trovare posto nella realtà offline per proporre e rivendicare modi differenti di gestire questa crisi: dalla campagna per il reddito di quarantena a quella per lo sciopero degli affitti e il blocco delle bollette, dalla proposta di sanatoria per tutte le persone senza documenti presenti sul territorio italiano alla richiesta di un massiccio rifinanziamento della sanità pubblica.
Se ancora per qualche settimana ci sarà permesso uscire solo per lavorare, fare acquisti o incontrare i familiari, dobbiamo affermare con forza che se possiamo lavorare possiamo anche protestare, scioperare e lottare.
Oltre che sui luoghi di lavoro, queste rivendicazioni vanno portate nella società, nei luoghi dove le persone si incontrano in tempo di pandemia. Le code fuori dai supermercati, quelle davanti agli uffici postali o alle banche sono momenti in cui è possibile incontrarsi, chiacchierare, ma anche cospirare e protestare, rendersi visibili con cartelli e striscioni che mostrino le nostre rivendicazioni e parlino a tantx, anche al di fuori delle nostre cerchie solite.

Non è più tempo di aspettare, se non vogliamo tornare alla loro normalità fatta di sfruttamento ed emergenza, se non vogliamo che ancora una volta a pagare siano le persone più fragili. Abbiamo bisogno di tutta la nostra fantasia e determinazione per trovare forme comunicative efficaci, tornare a lottare per riprenderci ciò che ci spetta e costruire un mondo migliore post-covid.

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(1) Per istituzioni del comune intendiamo quelle formazioni sociali che nascono dalla relazione orizzontale fra persone e dalla loro cooperazione